Modelli economici in crisi: la verità nascosta sul cambiamento climatico!

Modelli economici in crisi: la verità nascosta sul cambiamento climatico!
Clima

Nell’attuale contesto economico, il fenomeno del cambiamento climatico sta mettendo a dura prova i modelli economici tradizionali. Gli economisti stanno riconsiderando le stime sull’impatto del riscaldamento globale sull’economia mondiale in vista delle imminenti discussioni sul clima a Dubai. Tuttavia, c’è un crescente scetticismo sulla validità di questi modelli nel cogliere appieno l’entità dei danni climatici, suggerendo che potrebbero essere un pretesto per l’inazione politica.

Temperature record, siccità, inondazioni e incendi boschivi hanno causato danni per miliardi di dollari quest’anno, superando i limiti stabiliti dall’Accordo di Parigi del 2015. Nonostante ciò, alcuni modelli economici, criticati per la loro improbabilità, concludono che il riscaldamento globale entro la fine del secolo causerà meno danni all’economia mondiale rispetto al COVID-19 o avrà un impatto minore sulle azioni globali rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2009.

Nel 2018, il premio Nobel per l’economia William Nordhaus ha suscitato polemiche con un modello che prevedeva un riscaldamento superiore ai 3°C entro il 2100 come il risultato ottimale delle politiche climatiche dal punto di vista economico. Questi modelli sono stati anche citati dall’amministrazione Trump per giustificare politiche ambientali meno restrittive.

Tuttavia, molti decisori politici riconoscono le limitazioni di questi modelli. Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, ha affermato che potrebbero sottostimare l’impatto. Altri criticano l’intero approccio come difettoso.

Le critiche si concentrano sui “modelli di valutazione integrata” (IAMs) utilizzati dagli economisti per trarre conclusioni su tutto, dalle perdite di produzione al rischio finanziario o alla tariffazione dei mercati del carbonio. Questi modelli si basano sulla teoria dell’equilibrio generale, ma il cambiamento climatico, a differenza di altri shock, è un fenomeno persistente, il che solleva dubbi sulla validità dell’assunzione di base.

Un’altra questione è l’uso di una “funzione quadratica” per calcolare le perdite del PIL, che ignora altri metodi potenzialmente più adatti a cogliere cambiamenti rapidi. Questa scelta tende a minimizzare l’impatto, specialmente se il pianeta raggiunge punti di non ritorno ambientali.

I modelli IAMs producono risultati molto diversi a seconda della loro progettazione specifica e delle variabili incluse, rendendo difficile l’interpretazione. Ad esempio, l’aggiornamento del 2023 del modello di Nordhaus stima danni al 3,1% del PIL globale con un riscaldamento di 3°C, mentre il modello utilizzato dalla Rete per il Greening del Sistema Finanziario (NGFS) prevede una perdita dell’8% dell’output entro il 2050.

I critici, come il professor Steve Keen dell’University College di Londra, sostengono che questi modelli debbano essere confrontati con il buon senso e le attuali scienze climatiche. La FSB e la NGFS stanno lavorando per aiutare le autorità a comprendere meglio i rischi, ma ci sono esperti, come Nicholas Stern dell’LSE/Grantham Research Institute, che sostengono che questi modelli siano intrinsecamente troppo limitati per comprendere i rischi estremi del cambiamento climatico.

Philipponnat di Finance Watch suggerisce che l’Unione Europea, che si considera leader in materia di clima, potrebbe adottare un approccio più ampio con uno studio sui rischi climatici previsto per il 2025. Questo consentirebbe una valutazione più accurata e completa degli impatti economici del cambiamento climatico.